Il virus Ebola rappresenta uno dei patogeni virali più virulenti conosciuti dall’umanità, causando una malattia emorragica acuta con tassi di mortalità che variano dal 25% al 90% a seconda del ceppo virale. Scoperto nel 1976 in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, il virus ha causato numerosi focolai epidemici in Africa, con il più grave verificatosi
tra il 2014 e il 2016 in Africa Occidentale. La malattia da virus Ebola (EVD) rappresenta una sfida significativa per la sanità pubblica globale, richiedendo interventi di controllo delle infezioni rigorosi e strategie di prevenzione efficienti.
Il virus Ebola appartiene alla famiglia Filoviridae, genere Ebolavirus. Si tratta di un virus a RNA che ha una forma caratteristica filamentosa, da cui deriva il nome della famiglia (filo = filamento).
Attualmente sono riconosciute quattro specie di Ebolavirus patogene per l’uomo

Tabella 1: Le specie di Ebolavirus e i loro tassi di mortalità. La specie Zaire è la più letale.
Epidemiologia
Il virus Ebola è endemico nelle regioni centrali e occidentali dell’Africa, in particolare nella Foresta Equatoriale del Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana, in Guinea, in Sierra Leone e in Liberia. I focolai sono sporadici e si verificano principalmente in aree con elevata densità di fauna selvatica, in particolare pipistrelli della frutta e primati non umani.
I principali focolai epidemici registrati nel corso degli anni sono:
- 1976 Sudan: 284 casi, 151 morti (53%)
- 1976 Zaire: 318 casi, 280 morti (88%)
- 1994-1996 Gabon: Tre epidemie con 520 casi confermati
- 2007 Uganda: 425 casi, 224 morti (53%)
- 2014-2016 Africa Occidentale: 28.616 casi confermati, 11.310 morti (39.5%)
- 2018-2020 Repubblica Democratica del Congo: 3.481 casi, 2.299 morti (66%)
L’epidemiologia del virus Ebola è caratterizzata da salti di specie, dalla fauna selvatica all’uomo. I principali fattori di rischio includono: contatto diretto con animali infetti (pipistrelli, primati, ungulati), pratiche tradizionali di caccia e consumo di selvaggina, accesso limitato ai servizi sanitari nelle regioni colpite, e movimenti di popolazione all’interno e tra i paesi africani.
I pipistrelli della frutta sono considerati i serbatoi naturali del virus Ebola. La trasmissione all’uomo avviene attraverso il contatto con fluidi corporei di animali infetti, in particolare durante la manipolazione di carcasse di animali (primati, antilopi, scimpanzé) cacciati per il consumo di carne selvatica. Il contatto con sangue e tessuti di animali durante la caccia, la
preparazione della carne e il rituale di sepoltura rappresentano il meccanismo principale di salto di specie.
Una volta introdotto nell’uomo, il virus si trasmette esclusivamente attraverso contatto diretto con fluidi biologici di persone infette. La trasmissione richiede il contatto mucosale o cutaneo (abrasioni, ferite) con:
- Sangue
- Vomito
- Feci
- Urine
- Saliva
- Liquido seminale (che rimane infettivo per settimane anche dopo la guarigione)
Il contatto cutaneo è meno rischioso rispetto al contatto con mucose, ma i dati epidemiologici suggeriscono che la trasmissione può avvenire attraverso piccole ferite o escoriazioni della pelle. Non è stata documentata trasmissione aerea per inalazione diretta di aerosol in condizioni naturali nell’uomo.
I pazienti sono infettivi dal momento dell’insorgenza dei sintomi. La viremia ematica raggiunge il picco nei giorni 6-8 di malattia. Il virus rimane rilevabile nel sangue fino a 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi e negli altri fluidi corporei per periodi ancora più lunghi. I deceduti rimangono altamente infettivi e rappresentano un rischio epidemiologico significativo, particolarmente durante i rituali funebri tradizionali che nella regione africana prevedono lavaggi, esposizione del corpo e contatti con lo stesso.
Il virus Ebola causa una malattia sistemica multifocale caratterizzata da una risposta infiammatoria massiccia seguita da immunosoppressione.
Il periodo di incubazione del virus Ebola varia solitamente da 2 a 21 giorni, con una media di 8-10 giorni. La malattia inizia improvvisamente con febbre, malessere, cefalea, mialgia e affaticamento. Segue una fase iniziale (giorni 1-3) con febbre elevata (38-40°C), brividi, anoressia, dispepsia, cefalea e dolori muscolari. Successivamente compaiono manifestazioni emorragiche caratteristiche: emorragia gengivale, emottisi (sangue dalla
bocca), melena (sangue dal retto), petecchie e ecchimosi. Un rash maculo-papulare appare tipicamente dal quinto giorno dell’infezione, interessando dapprima il tronco e poi le estremità. La mortalità aumenta drammaticamente nei pazienti che sviluppano manifestazioni emorragiche, raggiungendo l’ 80-90% nei casi severi.
La diagnosi del virus Ebola si basa su test molecolari, sierologici e virologici. I principali metodi diagnostici includono: RT-PCR (reverse transcription polymerase chain reaction) per la rilevazione dell’RNA virale, che rappresenta il gold standard per la diagnosi precoce e può essere positiva dall’insorgenza dei sintomi fino a 10 giorni dopo. I test ELISA (enzyme-linked immunosorbent assay) per la rilevazione di IgM e IgG anti-Ebola, utili per diagnosi retrospettiva. L’isolamento virale colturale, riservato a laboratori ad alta contenzione (BSL-4). La microscopia elettronica permette di identificare le particelle virali morfologicamente
caratteristiche.
I pazienti con malattia Ebola severa presentano: leucopenia iniziale seguita da leucocitosi, piastrinopenia, coagulopatia con elevazione del PT/INR, prolungamento dell’aPTT, elevazione dei D-dimeri. Gli enzimi epatici sono marcatamente elevati (ALT e AST 5-100 volte superiori al normale), con pattern colestico. La creatinina sierica è frequentemente elevata. L’ipoalbuminemia e l’elevazione della LDH sono comuni.
Non esiste una terapia antivirale specifica per il virus Ebola umano fino ad oggi. Il trattamento si basa principalmente sulla terapia di supporto e la gestione dei sintomi. L’approccio terapeutico include: isolamento rigoroso del paziente, monitoraggio continuo dei parametri vitali, reintegrazione dei fluidi per compensare le perdite, correzione degli squilibri elettrolitici, supporto nutrizionale, e prevenzione delle infezioni secondarie.
Negli ultimi anni sono stati sviluppati diversi approcci terapeutici innovativi:
- Remdesivir antivirale che ha ridotto il tempo di ricovero e la mortalità nei pazienti con viremia elevata.
- Inmazeb, combinazione di anticorpi monoclonali (Atoltivimab, Maftivimab, Odesivimab) specificamente sviluppata e approvata per il trattamento di pazienti con infezione da virus Ebola (specie Zaire). Rappresenta il primo farmaco approvato dalla FDA per il trattamento di Ebola.
La gestione dei fluidi è critica ed è necessario un attento equilibrio tra reintegrazione dei fluidi per prevenire lo shock ipovolemico e l’evitamento dell’edema polmonare. La correzione degli squilibri elettrolitici (sodio, potassio, magnesio) e l’equilibrio acido-base sono essenziali. Il supporto ventilatorio non invasivo o invasivo è spesso necessario nei casi severi. Le trasfusioni di sangue e derivati sono frequentemente necessarie per gestire
l’emorragia. L’insufficienza renale acuta spesso richiede dialisi di supporto.
La prevenzione della trasmissione zoonotica rappresenta il primo livello di controllo. Le strategie includono: sensibilizzazione della popolazione sui rischi di contatto con fauna selvatica infetta; evitamento di contatti diretti con pipistrelli frugivori e primati selvatici; educazione su tecniche sicure di caccia e manipolazione della selvaggina; promozione di pratiche igieniche durante la preparazione della carne.
Una volta riconosciuto un caso, il controllo della trasmissione interumana è fondamentale. Le misure includono:
- Isolamento rigoroso dei pazienti confermati in reparti ad alta contenzione con accesso controllato
- Dispositivi di protezione personale (DPI) appropriati per il personale sanitario, inclusi maschere FFP3, visiere, grembiuli impermeabili, guanti doppi e stivali impermeabili
- Tracciamento dei contatti attivi e monitoraggio quotidiano di almeno 21 giorni (il triplo del periodo di incubazione medio)
- Quarantena dei contatti sintomatici in isolamento appropriato
- Decontaminazione ambientale sistematica con candeggina 0,5% per le superfici contaminate
- Sepoltura sicura secondo protocolli standardizzati, con personale formato e DPI appropriati, preferibilmente cremazione ove possibile.
Sono stati sviluppati diversi vaccini contro il virus Ebola (specie Zaire).
Il vaccino rVSV-ZEBOV (Ervebo). Questo vaccino ha dimostrato un’efficacia del 97.5% nello studio di protezione a catena (ring vaccination) durante l’epidemia dell’Africa Occidentale 2014-2016. È stato approvato dall’EMA nel novembre 2019 e rappresenta il primo vaccino anti-Ebola autorizzato. Offre protezione duratura dopo una singola dose.
La vaccinazione è indicata per il personale sanitario che lavora con pazienti Ebola confermati, per i lavoratori di laboratorio che manipolano il virus, e per i contatti di alto rischio durante focolai. È in corso la valutazione per l’uso in strategie di vaccinazione preventiva nella popolazione generale delle aree endemiche.
L’educazione della comunità è critica per il controllo dei focolai. Programmi di sensibilizzazione devono spiegare i sintomi di Ebola, l’importanza della ricerca di cure mediche tempestive, il rischio di trasmissione durante i rituali funebri, e l’importanza dell’igiene personale. La sorveglianza epidemiologica attiva, con accesso a laboratori capaci
di diagnosticare Ebola rapidamente, è essenziale per l’identificazione precoce di focolai. I sistemi di segnalazione devono essere ben strutturati e integrati con le autorità sanitarie regionali e internazionali (OMS).
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